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Recentemente, il regime criminale islamico e terrorista di Kabul, al quale non doveva essere consentito di rinascere per nessun motivo, ha emanato una “legge”, ma non voglio sporcare la parola, con la quale si vieta alle donne, cioè alla metà della popolazione di quel davvero disgraziato paese, non solo di cantare, sia mai, ma anche di parlare in pubblico.

Voglio innanzi tutto denunciare con forza che il ritiro militare dell’Occidente da quel territorio è un gravissimo, altrettanto criminale errore, come criminale lo è quel regime. Se non ricordo male guidato da Biden, un vecchio rincoglionito che dovrebbe essere deferito ad un tribunale internazionale, per quanto mi riguarda. Voglio dire, con forza, che mi ripugnano violentemente gli USA, che si sbrodolano con la parola democrazia, e che poi proteggono sia l’iran, che l’afghanistan, che l’arabia saudita (tutte lettere minuscole, sia chiaro) per immondi interessi economici. E voglio dire che su questo pianeta non deve essere permesso a dei regimi teocratici e criminali, lo ripeto, criminali, di esistere.

Se non si ha il coraggio di affrontare una guerra globale lo si dica, non ci si nasconda dietro a un dito, sporco, questo si, come tutte le mani e le braccia, di sangue: di quello delle schiave di quei pazzi furibondi. Il massacro, questo si davvero un genocidio, o genericidio, se preferite, lo dico per gli eventuali cultori della Parola, delle donne afghane e delle donne in genere nei territori controllati militarmente con la violenza dagli islamici, è del tutto evidente. Il silenzio di un Occidnete complice e prono all’ideologia che “le religioni sono tutte uguali” purchè si continui a chiudere gli occhi e a mandare i figli a calcio o a danza, è altrettanto evidente.

C’è chi non tace. In Afghanistan, e in tutto il mondo islamico, è in atto un feroce liberticidio della libertà femminile e dunque della libertà in generale, così come avviene anche in Europa, nel silenzio e nell’appoggio dei finti progressisti, oscurantisti e violenti allo stato puro, di quelli che sostengono sia che abbiamo bisogno di immigrati, il che è chiaramente falso, sia che “siamo tutti uguali”. Non siamo uguali proprio per niente, io non sono uguale a questi, ripeto, criminali, che chiudono le donne sotto alla galera di un velo o di un burqa spacciandolo oltretutto per “tradizione”, e per quanto mi riguarda possono uscire dai nostri erritori e portare le loro “tradizioni” direttamente all’inferno, se uno ne esiste. Chi taglia il clitoride a una bambina con una lametta deve essere condannato a morte, familiari compresi, non essere “capito”: condannato a morte, lo ripeto. Noi abbiamo capito benissimo che queste popolazioni vogliono distruggere la nostra civiltà, che è in corso una vera e propria guerra, e che questa guerra contro la barbarie di coloro che sono estranei alla democrazia va combattuta, e deve essere capito che chi combatte sono i giovani, e le giovani, e non su un campo di calcio o con u tutù rosa, ma sulle strade con le armi in mano.

Non vedo, nei pressi dei confini della fogna afghana, Flottille cariche di aiuti, bandiere, solidarietà, ma sento solo un assordante, criminoso, complice silenzio. Non vedo, in assenza di flutti e maree, carovane di cammelli piene di femministe e di grete thumberg che portano solidarietà e cibo, sfidando i mitra dei talebani, non vedo file di volenterosi che solcano i deserti e le pianure infuocate dei territori limitrofi a quello afghano, non vedo attivisti e manciate di parlamentari rincretiniti che sollevano insieme a gente irriconoscibile sotto ai burqa bandiere che rappresentano luoghi dove il 7 Ottobre di due anni fa si festeggiavano le morti di bambini, gli stupri, gli assassini di civili inermi, tanto quanto si festeggiava il crollo delle torri gemelle: nessuno si ricorda arafat che ballava in strada? Me lo ricordo solo io? La morte della libertà delle donne afghane non fa notizia: siate maledette, e maledetti, complici di quel regime. Non dimenticheremo. Io spero, care “signore”, che un giorno vi tocchi fare la stessa fine che fanno quelle disgraziate anche nelle case e negli appartamenti europei, dove sono rese schiave, senza che nessuno pensi che vadano liberate: perchè la nostra Legge non se ne occupa? Non siete complici? Si, lo siete.

La libertà, e la democrazia, non sono nei veli, nei burqa, nelle religioni, né men che mai in una che vuole, questa la loro parola e ciò che ripetono senza che nessuno glielo impedisca, cinque volte al giorno, sottomettere il mondo. Loro vogliono la guerra. Spero che ce l’abbiano. E spero un giorno, di vedere eserciti annientare kabul e quel regime, ed espellere dalla nostra Europa, che è nostra, etnicamente nostra, tutti e tutte coloro che sostengono che una religione, di certo la loro, debba sottomettere il mondo libero. Farli entrare non è tolleranza e rispetto di nessun diritto umano, ma un puro, devastante, chiarissimo suicidio, al quale come politico e democratico mi oppongo, e al quale ci si deve opporre se necessario cambiando le Leggi e consentendo alle popolazioni europee di difendersi, e attacccare, con le armi, se necessario. In attesa di una Flottilla per kabul, e nella speranza che non ci sia nessuna Flottilla, ma che ci sia una dichiarazione di guerra che elimini questi malati di mente che vogliono vietare alle donne di parlare, non ci facciamo, qui, tagliare la lingua, e sosteniamo le nostre democrazie, iniziando a chiedere la fine dell’immigrazione delle popolazioni che negano per religione o altri motivi la libertà, e iniziamo a chiedere con forza la trasformazione della dichiarazione dei diritti dell’uomo, che deve essere ripulita dall’accettazione buonista, cretina e antistorica, nonché del tutto irreale, che il rispetto delle religioni deve essere un diritto umano: si devono rispettare coloro che rispettano la libertà e la costruiscono, non chi la vuole deliberatamente distruggere, dichiarandolo apertamente. Apriamo gli occhi, il calcetto e la danza possono aspettare: mi risulta che le comunità islamiche stiano chiedendo di togliere dalle scuole italiane l’ora di religione. Possono tornarsene a casa loro. Non ci mancheranno.

Carlo Vivarelli

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