I politici italiani su Twitter (2)
Analizzando la campagna elettorale del 2006, Sara Bentivegna osservava, con riferimento al grado di interattività dei siti politici
un contenuto investimento, realizzato prevalentemente nell’offerta di occasioni di comunicazione via e-mail … piuttosto che diretta (come i blog) (Campagne elettorali in rete, Laterza; p. 58).
L’offerta di strumenti sociali su Internet è da allora profondamente cambiata, ma a prima vista non sembrerebbe che le strategie di comunicazione da parte dei politici siano riuscite ad accorciare le distanze con i ritmi dell’innovazione (cfr. anche Norris, 2000, Democratic Divide?). Questo è quantomeno quello che porterebbe ad ipotizzare l’analisi dell’uso di Twitter – l’ultimo nato fra i social media che hanno preso piede – da parte degli accounts che stiamo seguendo.
Come ho accennato altrove, l’innovazione è – in generale – una questione di pratiche (vedi): introdurre una comunicazione social significa in particolare modificare l’organizzazione degli uffici stampa (vedi il post “Conversazioni a rischio”), trasformandoli in servizi di relazione con il proprio elettorato di riferimento, se non con il pubblico più generale (ci si potrebbe al limite chiedere: quanti siti politici hanno installato un CRM?).
La comunicazione politica ed elettorale che faccia ampio uso di strumenti social tende a diventare alquanto complessa da coordinare rispetto alle strategie centrali dei partiti (pur sempre necessarie), essendo per sua natura decentrata ed obbligata a rispondere in tempo reale ai feedback esterni. Non per niente, sono spesso le formazioni – o i candidati – “marginali” e/o “transfughe” ad investire maggiori risorse, ed ottenere i migliori risultati.

Grafico n. 3 - Uso di Twitter (relazionalità, twits settimanali). In azzurro, i politici del governo; in arancio, politici dell'opposizione.
Il Grafico n. 3 (i primi due sono presentati nel post dell’8 febbraio) rappresenta – congiuntamente – la tendenza dei politici a seguire altri utenti (relazionalità) e il numero di twits settimanali prodotti, come scostamenti dal valore medio dei politici sin qui monitorati (fatto pari a 0). Vendola ad esempio è meno relazionale e twitta meno della media, mentre Sassoli tende ad essere più relazionale, ma a twittare meno.
In sintesi, possiamo raggruppare i politici in quattro gruppi.
- relazionalità e twits maggiori o nella media: Casini, Franceschini, Marino.
- più twits e meno relazionalità: Frattini, Brunetta, Bondi, Donadi, Serracchiani, Bindi, Di Pietro, Bersani.
- meno twits e più relazionalità: Storace, Pannella, Cammarata, Sassoli;
- relazionalità e twits inferiori alla media: Vendola, De Magistris, Fassino, De Castro.
Dove i twits sono in generale pochi, l’investimento di tempo e risorse sullo strumento è chiaramente marginale. Dove i twits sono invece numerosi, possiamo intuire un investimento maggiore sul mezzo fra quanti hanno un elevato numero di friends, rispetto al numero dei followers. Ciò in quanto seguire altri utenti significa poter raccogliere informazioni e monitorare il proprio bacino di utenza (del quale assumiamo come indicatore il numero dei followers).
Un discorso a parte va nondimeno fatto per i politici più popolari su Twitter, quelli cioè con più di 1000 followers (ovvero Brunetta, Vendola, Franceschini, De Magistris, Marino, Serracchiani, Di Pietro e Bersani). Fra questi si distinguono infatti per numero assoluto di friends Franceschini (788), Serracchiani (453), Marino (320) e Bersani (264).
Determinazioni quantitative su un numero esiguo di accounts fra i quali peraltro le differenze sono tanto spiccate (si va dai 20 followers del neo-arrivato Fassino ai 12.421 di Di Pietro) sono del resto sempre azzardate. Con l’aumentare degli accounts, questi dati dovrebbero diventare più informativi e consentire confronti più significativi fra sottogruppi (per età, ad esempio, o per compagine politica).
La fotografia proviene dal blog LaCasaDeiGiochi
































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